「訳者あとがき」のイタリア語訳 Postfazione giapponese del “Basaglia: una biografia”

Per una psichiatria etica e critica: Postfazione della traduzione in giapponse del Basaglia: una biografia

(倫理と批判性をもった精神医療のために―『バザーリアーある一つの伝記』の日本語版の訳者あとがき)

Tetsutada SUZUKI

 La psichiatria giapponese occupa una posizione anomala nel panorama mondiale. In primo luogo, oggi si contano oltre 300’000 posti letto nei reparti di psichiatria nipponici: cifra spropositata per un paese avanzato, sia in rapporto alla popolazione totale sia in termini assoluti. Nello stesso Paese inoltre è concentrato un quinto dei degenti psichiatrici del mondo. Ma non solo. La media dei giorni di degenza nei reparti psichiatrici nazionali è di circa 300 giorni, contro i 36 negli altri Paesi appartenenti all’OECD; infine, il numero dei trattamenti sanitari obbligatori, spesso in condizioni di violazione dei diritti umani di pazienti, è altissimo.

Dagli anni 1960 i servizi di salute mentale giapponesi sono stati spesso criticati dall’ O.M.S. e da altre organizzazioni internazionali del settore. Nel 2004 il governo ha deciso finalmente di chiudere con le politiche sulla salute mentale che ponevano al centro le cliniche psichiatriche, e aprire a nuove riforme basate su servizi sanitari territoriali. Ma dopo circa dieci anni, la situazione della “porta chiusa” nella salute mentale di fatto non è ancora cambiata, complici la passività delle amministrazione pubbllica e l’aperta opposizione delle cliniche private, che gestiscono quasi il 90 % dei posti letto nei reparti psichiatrici nazionali.

C’è stata un’epoca in cui anche l’Italia ha seguito questa direzione. Nei primi del Novecento infatti la legislazione italiana in materia di salute mentale dava la priorità alla custodia dei pazienti rispetto alla loro cura. Questa normativa è rimasta in vigore dopo la seconda guerra mondiale, perpetuando l’idea che i malati di mente fossero un pericolo sociale. Dagli anni ’60, però, la situazione è cambiata radicalmente. Uno dei protagonisti di questo cambiamento è stato Franco Basaglia, che nel suo progetto di riforma psichiatrica ha messo in primo piano il bisogno delle persone. La realizzazione più compiuta del suo lavoro, la legge 180, ha stabilito la chiusura dei manicomi e la costruzione della rete di servizi sanitari territoriali.

 

Questo libro è la traduzione giapponese del libro Basaglia: Una Biografia scritto da Michele Zanetti e Francesco Parmegani (Trieste : Lint, 2007). Michele Zanetti è stato un politico di professione che collaborò con Franco Basaglia per realizzare la riforma psichiatrica. Dopo aver ottenuto un dottorato in Giurisprudenza presso l’Università di Parigi alla fine degli anni ’60, Zanetti tornò a Trieste, suo paese natio, per intraprendere la carriera politica. Nel 1970, ancora trentenne, fu eletto Presidente della Provincia di Trieste. Scioccato dalla situazione disumana dell’ospedale psichiatrico di Trieste, si convinse della necessità urgente della riforma. A Venezia incontrò Franco Basaglia per invitarlo a partecipare al concorso per  la direzione dell’ospedale psichiatrico triestino. Sin dai primi giorni dall’insediamento di Basaglia a Trieste, Zanetti fu al suo fianco per lavorare alla  riforma. Negli 1977 Zanetti annunciò assieme a Basaglia la chiusura del manicomio, aprendo la strada alla realizzazione della legge 180 in tutta Italia.

Nel libro Basaglia: Una Biografia, Michele Zanetti è autore di tutti i capitoli tranne il capitolo 2, scritto dal giornalista triestino Francesco Parmegiani. Quindi possiamo pensare che la figura e il percorso di Franco Basaglia in questa biografia viene ricostruita soppratutto dal punto di vista di Michele Zanetti.

In questa postfazione, ripercorrerò brevemente la vita di Franco Basaglia mettendo a fuoco il percorso e le ragioni alla base del suo progetto di distruggere il manicomio. Franco Basaglia naque a Venezia nel 1924 in una famiglia agiata. Due episodi giovanili avrebbero influenzato le scelte fondamentali della sua vita. La prima fu l’arresto e l’esperienza del carcere per sospetta attività antifascista a seguito del tradimento di un suo compagno. Fortunatamente Basaglia fu scarcerato dopo sei mesi, ma quella esperienza instillò in lui l’orrore per tutte le istituzioni totali. Un’altro evento fondamentale è stato l’incontro con Franca Ongaro tramite le amicizie veneziane. Con il matrimonio i percorsi individuali di Franco e Franca si intrecciarono non soltanto nella vita privata ma anche nel lavoro e nelle idee sulla psichiatria alternativa.

Conclusi gli studi classici, Franco Basaglia si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova. In quel periodo, la psichiatria “organicista” tedesca era dominante in Italia. Basaglia, invece, allontanatosi dalla psichiatria tradizionale, condusse in autonomia studi nei campi più disparati. Si appassionò di filosofia, con una predilezione per la fenomenologia e l’esistenzialismo, e nelle sue prime pubblicazioni di argomento psichiatrico introdusse una visione umanista che considerava la follia come condizione umana. Basaglia era un giovane studioso promettente ma non riuscì a trovare spazio nel vecchio sistema universitario. In quella fase della sua carriera Basaglia venne a conoscenza del concorso per la direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia. Andare a Gorizia significava il definitivo allontanamento dall’Università, ma Basaglia accettò questa eventualità anche grazie al grande sostegno di Franca Basaglia. Era il 1961 quando Basaglia a 37 anni prese questa scelta decisiva per la sua vita e per la storia della psichiatria.

Quando Basaglia iniziò a lavorare a Gorizia, un diffuso sentimento di opposizione al sistema manicomiale pervadeva già molti paesi occidentali. Questo clima si allargò a tutta la società e influenzò l’opinione pubblica, mescolandosi alla contestazione sociale delle giovani generazioni. Questa ondata anti-istituzionale, però, non era un movimento monolitico, bensì un’amalgama di diverse battaglie che cercavano di riformare per tentativi il sistema sanitario vigente. Tra gli obiettivi di queste lotte, c’erano: (1) l’umanizzazione dell’ospedale psichiatrico (come la comunità terapeutica in Gran Bretagna), (2) l’inclusione dell’ospedale nel territorio (come Day hospital e gruppo appartamento) (3) la diminuzione dei posti letto (come politica di deisitituzionalizzazione negli Stati Uniti), (4) la riforma dell’ospedale (la politica della “porta aperta” che proponeva la cura della malattia mentale fuori del manicomio), (5) l’anti-psichiatria (come negazione della malattia di mente di David Cooper e Ronald Raing). Nonostante le differenze, i propugnatori di queste idee erano d’accordo sulla valutazione negativa della struttura psichiatrica chiusa, ma nessuno di loro mirava all’abolizione del sistema manicomiale. Solo Basaglia si pose come obiettivo principale la distruzione completa del manicomio. E’ proprio questo il punto fondamentale e originale della lotta di Franco Basaglia, una posizione che nessuno mai ha sostenuto in modo così chiaro e radicale.

Perché Basaglia insisteva così tanto sulla distruzione del manicomio? La ragione stava nella volonta di “liberare” i pazienti rinchiusi negli istituti manicomiali, come testimonia il famoso slogan “la libertà è terapeutica”. Sulla scorta dell’esperienza a Gorizia, Basaglia capì ben presto che l’ospedale psichiatrico, lungi dall’ essere luogo di cura, era un’istituzione strutturalmente violenta. La brutalità del manicomio trasformava l’internato in un oggetto totalmente passivo. Tramite questo processo, i pazienti perdevano non soltanto la “libertà da” ma anche la “libertà di” agire, privati com’erano della possibilità di desiderare. Per uscire dal manicomio, essi dovevano obbedire alla disciplina istituzionale. Tuttavia, sopraffatti ormai dalla routine dell’ospedale, i pazienti perdevano la volontà stessa di essere liberi. Nell’istituzione totale quindi non c’era possibilità per la “libertà da” e la “libertà di”. Basaglia ha spiegato in modo molto chiaro questo meccanismo facendo riferimento alla favola del serpente (si veda il Capitolo 2).

Ma c’è un’eccezione: i pazienti agiati. Dato che questa categoria di pazienti potevano pagare costose spese mediche, ricevevano assistenza medica adeguata. In altre parole, se i pazienti ricchi potevano godere di servizi come “persone”, i pazienti poveri che non potevano permetterseli, venivano trattati come “cose” nel manicomio. Basaglia scoprì nell’ospedale psichiatrico l’esistenza di questa questione sociale, che esemplificò con la definizione di “doppia psichiatria”. Ma non solo. Basaglia criticò fortemente la psichiatria come ideologia della società “sana” che, con la complicità della pratica psichiatrica di medici e infermieri e l’indifferenza dell’opinione pubblica, produceva l’esclusione permanente dei pazienti e quindi la loro emarginazione. Erano questi, secondo Basaglia, gli elementi che contribuivano a privare della libertà i malati di mente. Rifiutare quasiasi violenza istituzionale, dimostrare l’inutilità del manicomio sia eticamente che scientificamente, denunciare lo scandalo psichiatrico legato fortemente alla quesitone sociale, e infine distruggere l’istituzione totale: l’intuizione di Basaglia, già matura a Gorizia, procedette verso la sua realizzazione a Parma e poi a Trieste.

Il punto fondamentale della rivoluzione basagliana è l’abbattimento del muro che separa il “dentro” e il “fuori” dell’istituzione totale. Questo muro non è soltanto una barriera fisica; è un muro sociale che divide cittadini e disabili, la salute e dalla malattia, ed è anche un muro dentro la persona che divide la sanità dalla follia. Ponendosi come obiettivo finale la distruzione del manicomio, Basaglia mirava alla realizzazione di una società inclusiva in cui tutti i cittadini vivono la follia come una parte di stessi, senza negarla, ma accettandola e accogliendola. La follia non è mai un “pericolo per sè e per gli altri”, ma una condizione umana. E’ necessario per tutti noi trovare il modo di convivere con le nostre contradizioni: questo forse è il messaggio più importante lasciato da Franco Basaglia e ancora oggi è una questione aperta sopratutto in Giappone.

In questo libro la vita di Franco Basaglia è ricostruita attraverso tre aspetti: biografia, fotografia e bibliografia. La biografia si focalizza sulle opere e la rete di relazioni di Basaglia più che sulla sua personalità. Come ha scritto Claudio Magris nella prefazione, questa è stata una scelta felice perché fa chiarezza sul ruolo della rete di personaggi, amici, simpatizzanti e pazienti nella realizzazione della riforma psichiatrica. In questo modo il libro rifiuta la semplice convinzione che solo il potere carismatico di Basaglia sia stato l’artefice della riforma 180.

Le fotografie con le didascalie riescono a trasmette in modo molto vivido la situazione dell’epoca. Guardandole, si possono percepire l’entusiasmo e la trepidazione della psichiatria alternativa, la sofferenza e l’abbattimento dei pazienti in manicomio, la tensione nelle emergenze. Infine, la bibliografia inserita nell’appendice presenta tutte le opere di Basaglia con una spiegazione dettagliata. Grazie ad essa si è messi nella condizione di comprendere la traiettoria del pensiero basagliano dagli studi iniziali fino alla chiusura di manicomio. È la prima volta che una bibliografia completa di Basaglia viene messa a disposizione dei lettori giapponesi.

Se alcuni saggi su Basaglia sono già stati pubblicati, il Basaglia : una biografia è il primo libro scritto da un suo conoscente diretto. In questo libro Michele Zanetti, che da amministratore locale ha collaborato alacremente con Basaglia per quasi 7 anni, ha condiviso con noi testimonianze preziose e importanti per capire lo psichiatra veneziano. Una di queste riguarda il giorno del suo funerale. Nel giorno della scomparsa di Franco Basaglia, Michele Zanetti ricevette per telefono la richiesta da Franca Ongaro di pronunciare l’orazione funebre. Il fatto che solo Zanetti abbia ricevuto questo incarico attesta la grande fiducia riconosciutagli da Franca e Franco Basaglia. Zanetti passò tutta la notte a preparare il discorso. Arrivato a Venezia quasi a conclusione del funerale a causa del mal tempo, Zanetti pronunciò l’orazione a nome di tutti gli amici di Basaglia. In quel discorso l’ “idea” di Basaglia è stata fatta rivivere efficacemente grazie ai ricordi e alle parole di Zanetti. La capacità di rievocare in modo così intenso la vita di Basaglia, che ritroviamo intatta anche in questo libro, è un contributo che solo un fedele amico e solerte collaboratore come Zanetti può offrirci.

Un altro aspetto originale di Basaglia: una biografia sta nel racconto della trasformazione dei rapporti dei suoi protagonisti. Questo è un elemento chiave per capire il successo del movimento basagliano. Nei loro primi contatti, Basaglia e Zanetti, l’uno psichiatria, l’altro un politico, erano divisi da una diversa condizione sociale, e da posizioni lontane in ambito culturale, religioso e politico. Nonostante queste differenze però, erano accomunati da un’etica che esigeva il rispetto dell’essere umano. Qui per “essere umano” non si intende un concetto astratto, ma significa concretamente tutti noi. Questa esigenza condivisa da Basaglia e Zanetti, entrambi testimoni di un`epoca in cui il fascismo e il nazismo avevano soggiogato l`Europa, era radicata nella convizione che l`annullamento della dignità umana da parte di un regime o di un gruppo non doveva essere ripetuto nei manicomi del dopoguerra.  La riforma psichiatrica viene fondata su questo valore più che su ragioni ideologiche o religiose, di status o di interesse. La loro stretta collaborazione ha modificato nel corso degli anni il loro rapporto, sfociando in una vera amicizia.

Questo cambiamento avvenne anche per gli altri amici, operatori e pazienti che lavoravano con Basaglia. Le persone citate in questo libro hanno intessuto un rapporto di fiducia con Basaglia nonostante i loro diversi ruoli nell’ospedale e le loro diverse condizioni sociali. Questa rete di relazioni è stata uno degli elementi fondamentali per l’attuazione di questa riforma, che allora veniva considerata irrealizzabile.

La rete anti-istituzionale creata da Basaglia si diffuse in tutta l’Europa. Questo network comprendeva grandi intelletuali come Jean-Paul Sartre, famosi politici, giornalisti noti, artisti riconosciuti a livello mondiale, giovani e pazienti. Il movimento della riforma psichiatrica basagliana a Trieste non è stato quindi un castello sulla sabbia, ma un vivace turbine che coinvolgeva l’opinione pubblica e si estese a tutti i livelli della società civile. Oggi l’attività di salute mentale di Trieste viene riconosciuta dall’ O.M.S. come “una zona pilota” di buone pratiche psichiatriche.

L’équipe basagliana fu ben consapevole di essere una minoranza sia nel campo psichiatrico che nella società civile. La forza del movimento risiedeva nel potere delle parole e delle relazioni. Tutti i componenti dell’équipe hanno lavorato e combattuto ognuno con le proprie competenze con fiducia, speranza e convinzione. Come Basaglia ha detto nelle conferenze brasiliane, non è “vincendo” ma “convincendo” che la gente può comprendere il valore della trasformazione.

 

La traduzione giapponese è stata realizzata grazie al contributo di diverse persone. Ringraziamo Michele Zanetti per aver risposto in modo gentile e disponibile alle nostre domande e per aver scritto la prefazione alla versione giapponese. Siamo molto debitori di Kazuo Okuma, giornalista e primo vincitore del Premio Basaglia, per averci suggerito questa traduzione e aver contributo con la raccomandazione ai lettori giapponesi, di Hiroshi Takebata, sociologo, per averci dato preziosi consigli, e di Yukiko Okuma, giornalista e professore del welfare, per averci incoraggiato sempre in corso di traduzione. Tramite questa rete solidale abbiamo compreso meglio la situazione della psichiatria giapponese. Ringraziamo anche Yoshiko Tanaka per l’aiuto nella traduzione e Filippo Dornetti per i preziosi suggerimenti in fase di revisione del testo.

Questo è stato il nostro metodo di lavoro. Abbiamo prima di tutto stabilito la divisione del testo da tradurre e poi lavorato alle bozze di ogni capitolo: Suzuki si è occupato della Prefazione di Zanetti, del Capitolo 3 e dell’Appendice; Ouchi si è occupato dell’Introduzione, del Capitolo 1, 2, e 4, e della Prefazione di Magris. In seguito li abbiamo rielaborati in diversi incontri rispettando il testo originale e allo stesso tempo traducendolo in un giapponese chiaro.

Abbiamo compiuto la traduzione grazie a tanti suggerimenti e aiuti, ma siamo solo noi responsabili di quello abbiamo fatto. I due traduttori non sono specialisti nel campo psichiatrico: Tetsuada Suzuki è sociologo e Toshihiko Ouchi è insegnante della scuola speciale per persone disabili. Abbiamo deciso di intraprendere questa sfida in modo forse un po’ “avventato” perché siamo convinti del valore del dialogo continuo e condiviso con l’esperienza basagliana per cambiare la situazione psichiatrica giapponese, per comprendere fino in fondo la riforma psichiatrica italiana e contribuire al progresso in ambito sanitario.

D’ora in avanti, dove andrà la psichiatria giapponese? Verso una “psichiatria aperta”, che rispetta la liberà dei pazienti costruendo una rete di servizi territoriali senza dimenticare il nesso tra salute mentale e questione sociale? O si muoverà in direzione di una “psichiatria chiusa”, dando priorità alla custodia del malato rispetto alla sua cura, separando istituzione e comunità, diffondendo indifferenza e pregiudizio verso la follia? Come Basaglia e Zanetti hanno più volte ripetuto, il “modello triestino” non è riproducibile in un contesto diverso. In Giappone dobbiamo inventare quindi un nostro modo di affrontare il problema della salute mentale. Per portare avanti la riforma psichiatrica, però, l’etica deve essere collocata alla base della riforma per rispettare la libertà, la dignità e i diritti di chi attraversa la malattia mentale. Credo che questo sia uno dei messaggi da ascoltare dalla testimonianza di trasformazione nella psichiatrica italiana.

(Ringrazio a Filippo Dornetti per la revisione in ligua italiana)